Showcase: Benedetta Bonichi

Intervista di Giulia Bertelli

[scroll down for english translation]

Ciao Benedetta, stai esponendo le tue opere un po’ in tutto il mondo, ma tu dove sei nata e cresciuta?

Dentro i libri. Deportata in una realtà metafisica, in uno scenario orwelliano a 6 anni, L’E.U.R. fascista, tra Roma e il mare, fuggita a 17, improvvisandomi agente teatrale.

Hai iniziato ad esporre nel 2002, ma da quando ti dedichi all’arte?

A settembre, a Parigi, il Musée du Montparnasse ospiterà una mostra: Portrait de famille, dove esporrò io, mio padre, mio zio e mio bisnonno. Sembra più un vizio che un ritratto di famiglia. Una via di fuga, un’alternativa facile ad una realtà geneticamente predisposta.

Tra le tue opere hai sculture, video, disegni ed installazioni. Con cosa hai iniziato?

Con le installazioni. Da ragazzina facevo costumi di scena, montavo scenari, sistemavo le luci in teatrini di famiglia del ‘700 o in scatole da scarpe. Poi il disegno, le sculture, le radiografie.

Hai una tecnica che prediligi?

Qualcuno ha detto che il linguaggio è il contenuto. Ma il linguaggio non è altro che intuizione materica, quindi la tecnica è la madre e la radice, è intuizione e sperimentazione, è lo scontro con la materia e la sua reificazione e come il pensiero nasce e si forma nella parola, così l’idea stessa è materia. Solo per dire che la tecnica non è altro che un evolversi continuo di tentativi di non tradire l’intuizione rendendola visibile.

Le tue opere si può dire che colpiscano al primo sguardo, almeno, per me è stato così. Ma come riesci a realizzarle? Ho in mente opere come “La collana di perle” o “Pin Up – Striptease”.

Io ho solo una certezza. Qualunque oggetto uscirà dal mio studio deve avere una caratteristica. Lo guardi e dici:”Ma io già l’ho visto! Ma dove l’ho visto?” “E che cazzo! Dentro di te! Dove, se no?” Arrivare all’archetipo! La tecnica serve a spogliare via via quell’oggetto dalla fatica di diventare cosa. Farlo apparire naturale, semplice, come se ci fosse sempre stato e io gli avessi solo tolto la polvere.

Come è nata l’idea di questa tecnica?

Dal mio amore per l’archeologia. Imparare a riconoscere guardando oltre. Da Thomas Mann che parlando proprio della radiografia diceva che non dovrebbe essere permesso andare così oltre…

Per alcune di queste opere prendi ispirazione da altre opere che hai visto, da fotografie o da momenti di vita, per esempio?

Dai sogni. Quando la mia ignoranza dorme. E nei fumetti mi ritrovo. Inconscio e ironia. Utopia e carnalità.

Anche le tue sculture mantengono un alone di mistero. Quelle che sono visibili sul tuo sito sono tutte datate tra il 1995 ed il 1997, vuol dire che ora non le crei più?

E’ strano che me lo chiedi. Proprio in questi giorni ho in mente di lavorarci trasformandole in ombre. Ombre di ombre. Ma non so proprio come farò.

“Luna di miele all’Excelsior” è ispirata a un fatto personale?

Sì. Una volta descrivevo l’EUR in una lettera a Maurizio Fagiolo Dell’Arco, in questo modo.

“…Chi sono i vivi, chio i morti, per me è difficile dirlo. Lo è sempre stato. Quando ero al liceo, all’Eur, tornando da scuola verso casa, tra monumenti fascisti, vedevo venirmi incontro piccole nuvole evanescenti di impiegati in pausa pranzo. Io credevo che fossero fantasmi…” Quei borghesi ingioiellati e azzimati che la domenica, in quelle strade grigie e vuote avanzavano in corteo verso la parrocchia a nuclei famigliari… io li ho presi, così com’erano e li ho portati in vacanza.

Anche nel tuo disegno, “Fiori del male”, è visibile lo scheletro umano, come mai?

Non lo so. Anche Scipione aveva questo vizio. Forse per noi la pelle non è un ostacolo.

Hai un libro, una poesia, una canzone o un film che ti sembra che rappresenti la tua opera?

No. Ma al British c’è una scultura lignea, egizia di un giovane dio di straordinaria bellezza nel gesto di incedere. Consumato dai tarli per un lato, appena. La gamba che incede fino oltre al ginocchio.

Ormai hai esposto in moltissime occasioni e gallerie, ce ne è una in particolare che hai preferito o che ricordi di più?

Sì. Il MAC di San Paolo. Dove la cultura non era un vizio per ricchi ma cibo per tutti. Un livellatore sociale straordinario. Tu sei in quanto sai stupirti, arricchirti l’anima, scoprirti e confrontarti. Facevo tre workshop a settimana. Chiunque poteva iscriversi, e io vedevo direttori di musei tedeschi e americani seduti accanto a studenti e operai a interrogarmi e giocare con me. Ed è inutile dirti che i più preparati e brillanti… Non sono mai più tornata.

More of Benedetta’s work here

**English Translation**

by Giulia Bertelli

Hi Benedetta, you are exhibiting your work all around the world, but where were you born and raised?

Inside the books. Deportee in a metaphysical reality, in an Orwellian set at six years old, the fascist E.U.R., between Rome and the sea, escaped at seventeen, improvised theatrical agent.

You began exhibiting in 2002, but since when do you make art?

In September, in Paris, the Musée du Montparnasse will house an exhibition: Portrait de famille, where I, my father, my uncle and my great grandfather will exhibit. It seems more like a vice than a family portrait. A way out, an easy alternative to a genetically arranged reality.

Among your works there are sculptures, videos, drawings and installations. With wich did you start?

With the installations. When i was a teenager I made scene costumes, put togher the background, arranged the lights in eighteenth century family theaters or in shoes boxes. Then the drawings, the sculptures, the X-rays.

Do you have a favourite technique?

Someone said the language is the content. But the language is but a material intuition, hence technique is mother and root, it’s intuition and experimentation, it’s a clash with matter while it becomes material and as a thought is born and grows inside a word, so the idea is matter itself. I’m just saying that the technique is but a perpetual evolution of trials no to betray the intuition by making it visible.

One could say your works strike at first sight, at least it was like that for me. How can you make them? I’m thinking of works like “La collana di perle” or “ Pin Up – Striptease”.

I only have one certainty. Anything that leaves my studio must have something peculiar. You look at it and say to yourself “I’ve already seen that! Where did I see it?” “What the fuck! Inside yourself! Where else?” Getting to archetype! The technique is needed to strip this object from the pain of becoming a Thing. Making it look natural, simple, like it had always been there and I just dusted it.

Where did you the idea of this technique come from?

From my love for archeology. Learning to watch beyond. From Thomas Mann who talking about his x-rays said one shouldn’t be allowed to go beyond…

Do you get inspired by other works you saw, such as photos or moment of your life, for example?

By dreams. When my ignorance is asleep. And in the comics I find myself again. Sub-concious and irony. Utopia and carnality.

Your sculptures too keep a halo of mystery. Those visible on your site are all dated between 1995 and 1997, does it mean you don’t make them anymore?

It’s weird of you to ask. Lately I’ve been thinking to work on them again, transforming them in shadows. Shadows of shadows. But I really don’t know how to do it.

Is “Luna di miele all’Excelsior” inspired to a personal event?

Yes. I was once writing a letter where I described the EUR to Maurizio Fagiolo Dell’Arco.

“…Who are the living, who are the dead, it’s hard for me to say. It always was. When I was in high school, at the EUR, going back home from the school, among fascists buildings, I saw little faint clouds of clerks on lunch break. I thought they were ghosts…” Those bejeweled, spruced up bourgeoisies who on Sunday, on those empty grey streets walked toward the parish in family units… I took them as they were and I brought them on vacation.  

In your drawing too, “Fiori del male”, is visible the human skeletron, why is it?

I don’t know. Scipio had the same vice. Maybe to us the skin is not an obstacle.

Do you have a book, a poem, a song or a movie that you think represents your work?

No. But at the British Musuem there’s a wooden Egyptian sculpture of a young god of extraordinary beauty walking solemnly. Consumed by the woodworms on one side. The leg stepping beyond the knee.

You already have exhibited in many galleries, is there any one you liked the most or that you remember better?

Yes. The MAC in São Paulo. Where the culture wasn’t a vice for rich people, but food for everyone. An amazing social leveler. You “are” as long as you can marvel, enrich your soul, discover yourself and confront with yourself. I had three workshops a week. Anyone could join, and I saw directors of German and American museums sitting with students and workers questioning me and playing with me. Needless to say to best were… I never got back.

Comments
2 Responses to “Showcase: Benedetta Bonichi”
  1. randalldeanscott says:

    These images are amazing. Thank you for sharing them.

  2. PK says:

    Brilliant!!

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