Showcase: Irene Gittarelli

Irene Gittarelli è nata a Torino nel 1991 e attualmente vive nei suoi pressi. Frequenta l’Accademia Albertina delle belle arti di Torino, indirizzo “Progettazione artistica per l’impresa”. Sviluppa la passione per la fotografia a partire dal 2005, all’inizio occupandosi di sessioni fotografiche a gruppi musicali, copertine per cd e fotografie a concerti. Alcune esperienze della sua vita la portano poi a ricercare nella fotografia qualcosa di onirico e surreale che possa  dare dei forti segnali a colui che si ritrova a interpretare l’opera. Nel 2009 conosce Plinio Martelli e con il suo appoggio comincia a fare pratica all’interno del suo studio fotografico, dove ancora oggi concepisce molti dei suoi lavori.

Intervistata da Chiara Costantino
 

 Ciao Irene! Quando hai iniziato a fare fotografie e perché?

 Mio padre faceva delle foto stupende e penso di aver ereditato da lui questa passione: i miei primi scatti risalgono a quando avevo 11 anni e sono stati fatti con le macchinette usa e getta, ho conosciuto meglio la macchina fotografica intorno ai 15 anni facendo foto ai concerti dei miei amici con la mia prima reflex ma non mi bastava, era come se mancasse qualcosa. Alla mia prima piccola esposizione conobbi Plinio Martelli, che mi prese come “apprendista” nel suo studio. Là sono riuscita a concepire molti dei miei lavori più validi. Vedeva in me del talento e mi ha aiutato a migliorare.

Ti interessi di altre forme d’arte, oltre la fotografia?

 Si certo, è normale apprezzare le vecchie forme d’espressione come la pittura e la scultura, poiché in molti dipinti ho trovato ispirazione, semplicemente trovo troppo generico il concetto di “arte” odierno. Alla fine noi definiamo opera d’arte qualsiasi oggetto che la società definisce tale, ma penso che il concetto  possa cambiare per ogni persona, per me è qualcosa non per forza esteticamente bello, ma in grado di darmi forti emozioni e tutto questo molte volte lo ritrovo nei libri piuttosto che nei film.

Ci sono artisti o correnti che ti hanno influenzato?

Sicuramente devo ringraziare internet per questo, ero troppo piccola per conoscere molti artisti che apprezzo e attualmente mi ispirano come Saudek, Witkin, la Woodman, Man Ray per citarne alcuni. Inizialmente mi limitavo a guardare i lavori di persone più vicine a me che apprezzavo particolarmente (Gloria Soverini, Valentina Mangeri, Diletta Falco) e che sono state un forte stimolo a migliorarmi e a perfezionarmi.

Una tua serie di lavori si intitola “Mad World”. Cos’è questo mondo pazzo e perché senti la necessità di rappresentarlo?

Mad World è una canzone di Gary Jules [in realtà, quella di Jules è la cover di un pezzo dei Tears For Fears del 1982, n.d.A.], in una strofa il cantante dice che trova divertente e un po’ triste che i sogni più belli che si fanno sono quelli in cui si muore: mi aveva colpito particolarmente questa frase. Nella vita ho passato una fase di osservazione, sogno e ricerca della morte e in molte foto questa cosa si può notare, come se ne fossi perdutamente attratta e terrorizzata al tempo stesso. Il mio mondo pazzo è semplicemente quello che mi passa per la testa, ho solo imparato a trasformarlo in immagine per renderlo più comprensibile.

Mi hanno molto colpito le modalità con cui raffiguri il corpo femminile e i simboli che vi accompagni: ossa, parti di scheletri, la bandiera italiana, elementi militari e religiosi. Quale visione tiene insieme queste componenti?

Trovo il corpo femminile molto più comunicativo di quello maschile, forse perchè vedo un perenne richiamo alla maternità. Nessuno scatto è casuale, posso studiarlo anche per mesi ma ha sempre un fine comunicativo: il messaggio ovviamente cambia, anche se ho sempre preferito le tematiche politiche o religiose per l’impatto che danno, mi limito a raccontare un punto di vista attraverso immagini visto che la voce dei giovani raramente viene ascoltata. Spero sempre che ogni lavoro riesca a emozionare in qualche modo, positivo o negativo che sia.

La fotografia è analogica o digitale? Vi è una differenza di significato tra le due che non sia solo tecnica?

Penso che solo pochi dei miei lavori li avrei potuti sviluppare in analogico, più che altro per la post produzione che c’è dietro. Il digitale ha i suoi pro e i suoi contro del resto, fare foto diventa più facile e immediato quindi sempre più persone si improvvisano fotografe, sta poi al giudizio critico della gente mettere una distinzione tra semplice fotografo e artista. Tuttavia credo che la venuta del digitale abbia in qualche modo valorizzato l’analogico e permesso di apprezzarlo di più, lasciandolo appunto nelle mani di pochi esperti.

Una culla vuota in una stanza desolata, le recinzioni di un lager, una macchina bruciata, un’altalena su cui non gioca nessun bambino: sono solo alcuni dei soggetti delle bellissime fotografie della tua serie “Ordinary”. La desolazione, l’orrore, la cattiveria, la solitudine sono condizioni quotidiane della nostra esistenza?

Se “Mad World” è quello che mi passa per la testa, “Ordinary” è semplicemente quello che vedono i miei occhi, un punto di vista negativo e a volte spietato ma terribilmente reale, mi affascina il lato triste che può esserci dietro ogni cosa, una culla o un’altalena possono essere soggetti semplici e felici che riportano all’infanzia in un contesto diverso, ma sarebbe troppo facile: io voglio portare a riflettere le persone sul loro passato e sulle cose che ci sono al mondo, che a volte cerchiamo di nascondere.

Chi sono i tuoi modelli? Quanto sono attivi di fronte al tuo obiettivo o quanto piuttosto li metti in posa?

Molti dei miei modelli sono semplicemente amici, diventa tutto più semplice quando hai davanti una persona che conosci già, quasi sempre li metto in posa per rendere la foto come la vedo nella mia mente e poi ovviamente c’è sempre qualche scatto improvvisato, alla fine sono i migliori.

Dal tuo sito leggo che hai all’attivo molte esposizioni. Hai qualche progetto in cantiere al quale stai lavorando?

Ho sempre progetti in cantiere, purtroppo non riesco a fermarmi! Sarò in mostra a “Human Rights?”, un’ esposizione sui diritti umani curata da Roberto Ronca prima al Castello d’Acaya a Lecce (28 aprile – 10 giugno 2012) poi alla Fondazione Opera Campana dei Caduti a Rovereto (15 settembre – 14 ottobre 2012), con un’opera che ha come tema la Costituzione e il salvarla prima che l’Italia stessa la distrugga, opera di cui sono particolarmente soddisfatta e ovviamente consiglio di andare a vedere.

 Quali sono i tuoi obiettivi come artista?

Un giorno spero di potermi affermare nel mondo dell’arte, anche se sono consapevole che la strada è lunga e richiederà molti sacrifici. Al di là di quello che può trasparire dalle foto, sono una persona molto serena e decisa in quello che faccio, sono sicura che la determinazione sarà la mia arma vincente.

Cosa consiglieresti a chi vorrebbe avvicinarsi al mondo della fotografia?

Che se non fai sacrifici non potrai mai goderti veramente i successi, bisogna essere determinati e sempre orgogliosi di quello che si fa, non farsi mai problemi su quello che possono pensare gli altri dei tuoi lavori, ma accettare le critiche e usarle per migliorare sempre.

 More of Irene Gittarelli’s work here

(Images © Irene Gittarelli)

Comments
3 Responses to “Showcase: Irene Gittarelli”
  1. The photo’s are very artistic and creative. They are magnificent.

  2. julienmatei says:

    Le fotografie sono stupende. Complimenti!

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