FLAVOURS: BENTO – Il cibo come spettacolo, lo spettacolo del cibo (Bento – Art as food, food as art)

Il Bento – Il cibo come spettacolo, lo spettacolo del cibo  (Scroll down for ENGLISH TRANSLATION)

di Bogo Alberto

Images © Pikkopots www.aibento.net

Se il Giappone ha da sempre subito il fascino dell’occidente, arrivandone ad archiviare miti e mode con dedizione spesso maniacale, è vero anche che l’occidente non si accorge certo ora della cultura Giapponese e soprattutto della vivace giocosità della sua cucina, colorata, pop, un po’ naif e piacevolmente infantile…

…Un attimo, senza accorgermene sto parlando proprio di un piatto in particolare, o meglio, di un modo di presentare il cibo che molti di voi avranno sicuramente avuto l’occasione di vedere già prima di questo articolo. Per quanti voi non avessero ancora fatto l’associazione, sto parlando del Bento.

 (c)www.maky-lab.comSaltellando qua e là in internet, ci si rende conto di come l’interesse per questa forma d’arte culinaria stia prendendo campo, soprattutto nel mio Paese, l’ Italia, che negli anni ’80 ha cresciuto milioni di bambini a “pane e cartoni animati Giapponesi”. Ed è proprio lì che tanti di voi avranno avuto l’occasione di incontrare per la prima volta questo magico contenitore di cibo, che veniva saccheggiato avidamente, in un rituale che si ripeteva nevrotico di cartone in cartone, rendendo il Bento una sorta di protagonista universale e onnipresente della cultura che lo ha prodotto. Non mi dilungherò sull’origine medievale del Bento, nè cercherò di proporne una noiosa cronistoria, non è questo l’approccio che si vuole usare in questa rivista.

Preferibile un approccio sensoriale, lasciare parlare le immagini, visto che le riviste, purtroppo (esclusa qualche eccezione) non si possono mangiare. Peccato.

Anche gli aggettivi non aiutano più di tanto, ma in questa rubrica che parla di cibo proveniente da tutto il mondo, un piccolo sforzo lo dobbiamo fare…

Per provare a comunicarci qualcosa, a trovare qualche punto in comune fra le differenze. Perché non proprio a tavola?

“Aggiungi un posto a tavolo allora” (come si cantava in una celebre commedia italiana) ma già che ci siamo, proviamo ad aggiungerne qualche migliaio…

Sono partito col Bento perché per me rappresenta il trionfo dell’ ordine e delle geometrie sulla triviale priorità rappresentata da quasi tutto il cibo che ingurgitiamo. Consumare si un pasto, ma all’interno di una contenitore-piatto che si pone agli antipodi dell’usa e getta, un contenitore che diviene simulacro del pasto che contiene, un oggetto da conservare ma anche collezionare, veicolo di ricordi e affetti, che dall’alto della sua antichissima origine si può permettere di disprezzare qualsiasi piatto di plastica e di sminuire interi servizi composti da altrettanti piatti di porcellana, magari belli, ma nettamente meno funzionali e “quotidianizzabili” del Bento, sempre pronto ad accompagnarci al lavoro o durante un viaggio.

Il Bento è elemento capace di coniugare l’amore per la preparazione e la presentazione del cibo al fast food (ci può voler anche molto tempo per preparare un piatto che magari poi viene consumato in una brevissima pausa lavoro in fretta e furia), le infinite variazioni di questo feticcio, lo rendono un oggetto capace di ridare dinamismo e colore all’anonimato di tanti pranzi (vista l’usanza che vuole l’ uso del Bento soprattutto a mezzodi). Il Bento è lo spettacolo del cibo, che si riprende tutta la dignità e lo spazio (in questo senso anche fisico) che merita. E’ gioco di affetti fra innamorati, momento in cui la donna si riavvicina al suo uomo attraverso l’amore per il cibo, casta seduzione a distanza in cui l’uomo si ricorda di appartenere ad una casa (e quindi ad una donna) mentre degusta il pasto che appartiene anch’esso ad una casa, trasportabile, tascabile, ma mai anonima e spesso personalizzata quando non unica.

 Il Bento rappresenta la nobiltà del cibo che si ritaglia uno spazio appariscente e ludico all’interno di una giornata, esaltazione di una soggettività che è anche elemento liberatorio, sfavillio cromatico che richiama fortemente l’infanzia, scrigno d’amore capace di riportarci in un istante nei luoghi che più lucidamente sono stati fotografati dal nostro cuore.

Non stupisce il successo che sta avendo qui in Italia.

All’ interno del Bento, anche un pasto senza sale non sarà mai insipido.

Il Bento. Un esempio di forma capace di oscurare il contenuto.

**** ENGLISH ****

Bento – Art as food, food as art

by Bogo Alberto – Translation by Sidsel Tilotte

If it’s true that Japan has always been fascinated with the Western civilization, even getting to make its myths and fashion as its own, it is also true that the Western world is not discovering Japanese culture just now, especially the vibrant playfulness of its colourful, pop, a little naive and pleasantly babyish cuisine.

Hang on a second, without my noticing I’m talking about a dish in particular, or better, a way to set food up that many of you definitely had the chance to see before this article. For those of you who have no clue about it, I’m talking about Bento.

Taking a peek here and there on the internet, you’ll realize that the interest in this culinary art form is creeping in, especially in my country, Italy, where back in the ’80s millions of kids were brought up on “bread and Japanes cartoons”. And that could be the way many of you got to see this magic food container for the first time, with it being greedily plundered in a ritual neurotically repeated from one cartoon to another, making Bento some kind of a universal and ubiquitous protagonist of the culture that produced it. I’m not going to dwell on the medieval roots to Bento, nor am I going to put a boring chronicle to it forward, that’s not this magazine’s approach.

A sensorial approach to it would be better, so we’ll just let the pictures speak for themselves, as magazines, unfortunately, cannot be eaten, with a few exception. What a shame.

Adjectives aren’t of much help as well, but in this column about food coming from all over the world, we have to make some effort…

To try to convey something, to find some point in common among the differences. Why not try this on the dining table?

“Aggiungi un posto a tavola” (“Add a seat to the dining table”, literally, as they sang in a famous Italian comedy), but while we’re at it, let’s try to add some thousands seats instead…

I began talking about the Bento because it portraits the triumph of tidiness and geometry on the vulgar priority represented by almost all of the food we gobble. To eat a meal, sure, but inside a container-dish that is poles apart with the single-use dishware, a box that becomes the simulacrum to the meal it contains, an object to keep and even to collect, a vehicle to memories and emotional belongings, that from the vantage point of its age-old origin can afford to look down on any plastic plate and to despise whole set of china, that might be beautiful, perhaps, but definitely less useful and “bread-and-butterable” than Bento, always on the lookout for coming along to work or during a travel.

Bento is the element able to combine the love for the cooking and setting up of a meal to fast food (it may take a lot of time to prepare a dish that might be consumed on a quick break at work), the endless variations to this fetish give it the ability to give dynamism and colour to the anonimity of many lunchs (as the custom is to eat Bento especially at lunchtime). Bento is the art of food, taking back all the dignity and space (in a physical way too) that it deserves. It’s a love game between lovers, a moment in which the woman draws close to her man again through the love of food, a chaste, remote seduction in which the man remembers to belong to a house (and therefor, to a woman) while tasting the meal belonging to a house too, a transportable, pocket-size house, but never anonym and often customized if not even unique.

Bento represents the nobleness of food carving an eye-catching and shiny space out of the day, glorification of a subjectivity that is also a liberating element, a chromatic sparkle that strongly brings childhood back to mind, a love casket able to take us back to the places that our heart has photographed to their brightest.

Small wonder it’s the success it is gaining here in italy.

In the Bento, even a salt-free meal will not taste bland.

Bento. An example of form able to obscure the content.

(Images © Pikkopots www.aibento.net)

(Images © Maky’s kitchen www.maky-lab.com/zenzero)

(Images © Rachel Hei www.flickr.com/photos/rachelhei)

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