Showcase: Cecilia Bianchi

Cecilia Bianchi è nata a Como, si è poi spostata a Torino per una manciata di anni sufficienti a
“svegliarle la vita”. Attualmente vive sospesa nella capitale come dogsitter e dogwalker a tempo pieno, forse pronta a muoversi di nuovo, forse no.
 
Interviewed by Chiara Costantino
 

Ciao Cecilia! Parlaci di quando hai iniziato a fare fotografie e perché?

Ho iniziato a metà delle scuole superiori, che ho interrotto per un anno per lavorare, proprio per avere i soldi necessari a frequentare un corso di fotografia. Il perché ho sempre con me la macchina fotografica è semplice: vivo nei ricordi e nel passato, congelare frammenti di vita per me è sempre stata una priorità. Ho bisogno di scrivere e di fotografare a mò di diario di vita, per guardarmi indietro e per avere qualche scusa per lamentarmi!

Hai parlato di un corso di fotografia: ha influito, ne hai seguiti altri o ti definiresti un’autodidatta?

Il corso che ho seguito è durato un anno e come dicevo, ho lasciato la scuola per potermelo permettere, anche se dopo sono tornata sui banchi per i due anni che mancavano al diploma, perché avevo bisogno di conseguirlo. Ho poi realizzato di aver semplicemente buttato via tre anni della mia vita: avrei imparato molto di più anche lavorando gratis come assistente, piuttosto che stando sui libri. Perciò mi definirei un’autodidatta. L’aver voluto investigare nel mondo dei professionisti, dopo anni di scatti, era dettato dal voler maneggiare strumenti altrimenti inarrivabili, ma ora come ora lo definirei un errore di valutazione. Forse lo rifarei, ma con un approccio diverso.

Hai dei modelli cui ti ispiri (famosi e non), non solo nel campo della fotografia?

Direi di no, non ho mai avuto modelli a cui ispirarmi. Ci sono fotografi che amo molto ma il  loro modo di scattare è lontano dal mio. Beh, forse se nominassi Richard Avedon come idolo indiscusso sarei un po’ banale?

Dalle tue foto si evince che hai viaggiato molto: cosa cerchi nel viaggio? E nel fotografare i luoghi che visiti?

E’ curioso che tu abbia usato il passato prossimo nella prima frase; non viaggiare significa per me non scattare, motivo per cui ho rallentato i ritmi fotografici. Non riesco a trovare stimoli nel posto in cui solitamente vivo a lungo… per me viaggiare è isolarsi e stare a faccia in su, stupirmi di ciò che mi circonda, esplorare, caricarmi e mostrare alle persone il mondo attraverso i miei occhi.

Ho notato una predilezione per il Nord Europa: a cosa è dovuta?

Amo i paesi silenziosi, la gente pacata e soprattutto la possibilità che questi posti regalano di scegliere tra lo stare con se stessi o buttarsi in una centrifuga di eventi. Sono paesi autonomi, dove vivono ragazzi e ragazze con i quali si può interagire partendo dalle stesse basi di pensiero. In Italia invece, con molte persone mi trovo a dover spiegare cose che nel Nord Europa vengono date per scontate.

Molti dei tuoi scatti riguardano porte, saracinesche, archi… luoghi di entrata/uscita, di passaggio. C’è un significato simbolico in tutto questo?

Sono semplicemente fan della precisione estetica, dei quadri, dei triangoli e delle cose al proprio posto: non vi sono nessun significato o ideologia nascosti. 

Nelle tue fotografie poni attenzione sia all’architettura (edifici, piazze…) sia alla figura umana. Vedi delle similitudini tra questi due ambiti?

Assolutamente nessuna. Come dicevo prima relativamente ai paesi nordici, anche nella vita di tutti i giorni ho bisogno delle due facce della medaglia, da una parte io e il mondo, dall’altra la centrifuga umana che altrettanto amo e mi stimola quotidianamente. Mi piace mostrare la bellezza delle persone che mi circondano. Non ho mai fatto ritratti su richiesta, se stimo una persona o se c’è della buona energia di sicuro chiedo di farle una foto.

Parlami della tua visita a L’Aquila che, come tu stessa l’hai definita nella serie di foto sul tuo sito, è una “città fantasma”.

E’ stata una visita improvvisa e per niente programmata. Dire che mi ha svuotata è dire una banalità. Mi ha lasciata senza parole e con molti punti di domanda. Potrei aprire una parentesi enorme a riguardo ma rischio di dilungarmi ergo mi limito a dire che il nostro è un paese perfetto, ma la gente che lo abita è quasi tutta da buttare, questo è ciò che credo emerga nella testa di tutte le persone che da lì sono passate.

Una serie di scatti sul tuo sito personale si chiama “Hidden Places”. I “posti segreti” sono posti che non notiamo e cui passiamo davanti indifferenti nella vita di tutti i giorni, o sono posti che bisogna andare a cercare per trovare qualcosa?

Sono luoghi che a molti fa comodo non notare, ma che con un po’ di attenzione regalano emozioni vere e incontri indimenticabili. Sono i posti che ti fanno sembrar il mondo un po’ strano, i miei preferiti. 

Ritratti in posa o ritratti per caso?

Sempre per caso, ma alle persone poi piace mettersi in posa!

Stai lavorando a qualche progetto attualmente? Se sì, quale?

Ho in cantiere una photozine che non so quando uscirà. L’idea è quella di un semestrale, ma vista la mia scarsa costanza non vorrei parlar troppo presto… Il primo numero è pronto da stampare da circa sei mesi, un giorno mi convincerò a farlo. E chissà, magari inizierò a mettermi in moto anche con una distro, un po’ di dischi a caso da portare con me qua e là, questa volta da sola.

(Images © Cecilia Bianchi)

More of Cecilia’s work here

Comments
2 Responses to “Showcase: Cecilia Bianchi”
  1. PK says:

    Awesome work. Another great interview with another fantastic artist

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  1. [...] l`intervista a Cecilia QUI Rate this:Share [...]



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