Reportage: Before and after – How genocide changed Rwanda’s women

Before and after – how genocide changed Rwanda’s women

Written by Sarah Davinson

Photographs by  Annie Bungeroth

[Scorrere in basso per la traduzione in Italiano]

Rwandan women live with the scars of war. Many are trying to rebuild their lives after losing homes, livestock and belongings. All said they would never be the same again…

Katherine, a 66-year-old retired teacher, wants to show me something. She pulls up her t-shirt to reveal a jagged vertical scar running the length of her abdomen. It looks raised and sore, like it never healed properly. She runs her fingers over the scar, her eyes don’t leave mine. “She had a… an emergency… a forced caesarean,” explains the translator, struggling to find the English words to describe the horror of genocide. “Her baby was born too early. Soldiers cut him out… because of hatred.”

The women I met were not victims, far from it. Many were trying to rebuild their lives after losing homes, livestock and belongings. Some were still severely traumatised. All said they would never be the same again. But their strength was tangible. How else could they carry on, work, raise children, care for orphans, live alongside the released prisoners who killed their loved ones, find the strength to forgive? “The genocide has changed us,” says Liberate Mukagihana, 45. “We have become political. We want knowledge and power. We want a better future for our children. But to create change, we must change. We must step out of the shadows and be bold. We must unite for peace.”

Liberate is the epitome of ‘before and after’. Before the genocide she was a farmer. Her old life was “simple, normal”. Today, she is a trained paralegal involved in complex genocide cases including murder, rape, and kidnap. She works for free, one of 80 volunteers trained and supported by Avega East, a Rwandan widow’s association founded by survivors for survivors. As a paralegal, Liberate stands up in court within the context of a notoriously flawed, sometimes corrupt, community justice system called ‘gacaca’. Gacaca courts were introduced by the Rwandan government in 2001 as a way of dealing with over 100,000 genocide perpetrators and relieving strain on the country’s overcrowded prisons.


Gacaca courts have thrown many survivors into a legal arena they know nothing about. Step forward Liberate and her army of female paralegals. Poor women, living in poor communities, they give doorstep advice to friends and neighbours. “It’s good to be involved in legal work, especially at the grassroots,” says Liberate. “Most women don’t know their rights but if a few of us are trained, we can spread the word. I think women are courageous, we share our skills and help each other – we have done for years!”
To meet her now, with her quiet determination and ready laugh, it’s hard to imagine Liberate any other way. But for years after the genocide she says her life was “broken”. She describes in vivid detail the moment her son was beaten to death while she cradled him. “I lay next to the pit where his body was dumped for hours, perhaps days,” she remembers.

In 2007 Liberate went through a court case to bring her son’s killer, a village chief, to justice. Unhappy with the verdict, she appealed and won – her first of many legal victories. So what drives her on? “I don’t just want to survive, I want to live again and I want others to do the same,” she explains. “Because we are now the majority, women have become the foundations of our communities. If you build strong communities, you can build a strong country.”

In post-genocide Rwanda, women are intrinsically involved in power, politics and peace. Before 1994, women held around one in five parliamentary seats. In 2008, Rwanda’s female MPs made history by becoming the first in the world to outnumber their male counterparts at 56 per cent. Nearly half were elected in women-only seats, with the rest triumphing in open ballots.
“When I see women in government, making decisions, it gives me renewed hope,” says Liberate. “We are not broken, we are not defeated. We are stronger than before.”

Journalist Sarah Davison visited Rwanda to see how women are coping after genocide with PROEXPOSURE’s Annie Bungeroth.

PROEXPOSURE is a social enterprise that provides support to emerging photographers in the global South. PROEXPOSURE recognises the inequalities facing many photographers who do not have access to training, equipment or the international market. Through training and support PROEXPOSURE aim to give people the skills to tell their own stories through photography and film.

PROEXPOSURE is run by professional photographer Annie Bungeroth and picture editor Louise Norton who share a wealth of experience working alongside and training photographers from the global South and marginalised areas of society in the UK.

***Italiano***

Scritto da Sarah Davinson

Fotografie di Annie Bungeroth

Traduzione di Chiara Costantino

Prima e Dopo – Come il genocidio ha cambiato le Donne del Ruanda

Le donne ruandesi convivono con le cicatrici della guerra. Molte stanno tentando di ricostruire le proprie vite dopo aver perso case, bestiame e ogni bene personale. Tutte hanno detto che non sarebbero mai più state le stesse.

Katherine, un’insegnante sessantaseienne in pensione, vuole mostrarmi qualcosa. Tira su la maglietta fino a rivelare una cicatrice verticale dai contorni discontinui che corre per tutta la lunghezza del suo addome. Passa le dita sulla cicatrice, i suoi occhi non lasciano i miei.

«Lei ha avuto una.. una emergenza… un cesareo forzato», spiega l’interprete, lottando per trovare le parole in inglese adatte a descrivere l’orrore del genocidio. «Il bambino è nato troppo presto. I soldati hanno tagliato e lo hanno tirato fuori… solo per odio».

Era il mio primo giorno in Ruanda, oltretutto la mia prima intervista, ma questa testimonianza fisica, questo mostrare le ferite, presto divenne normale. Era penoso e al contempo costituiva un onore. Stavo raccogliendo dalle donne testimonianze sul genocidio, da vicino. Erano tracce di dolore e di sopravvivenza.

Agnes, 90 anni, mi ha mostrato come il suo seno sinistro fu tagliato via da un machete. Una ragazza di diciotto anni mi ha mostrato il moncherino del suo braccio. Verene, 67 anni, mi ha tenuto davanti agli occhi una radiografia e indicato le fratture della sua colonna vertebrale. Ho visto i tagli profondi sulle gambe della quarantaquattrenne Collette, là dove fu percossa con una catena.

Il mondo ha per lo più dimenticato il genocidio dell’aprile 1994, quando un milione di Tutsi e di Hutu moderati furono massacrati in cento giorni. Ma sedici anni dopo, le donne ruandesi convivono con le cicatrici del conflitto. Circa 50.000 sono rimaste vedove e si stima che un numero compreso tra 250.000 e 500.000 di loro siano state stuprate. Di queste, il 67% è ora sieropositivo come diretta conseguenza dello stupro subito. Non c’è da meravigliarsi che queste donne parlino delle loro vite dividendole in due parti: prima e dopo il 1994.

Le donne che ho incontrato non erano vittime, assolutamente. Molte stavano provando a ricostruire le proprie vite dopo aver perso le case, il bestiame, i propri beni. Alcune erano ancora gravemente traumatizzate. Tutte hanno detto che non sarebbero mai più state le stesse.

Eppure, la loro forza era tangibile. Altrimenti come avrebbero potuto andare avanti, lavorare, allevare i propri figli, prendersi cura degli orfani, vivere gomito a gomito con i prigionieri rilasciati, quelli che hanno ucciso i loro cari, trovare la forza di perdonare?

«Il genocidio ci ha cambiato», dice Liberate Mukagihana, 45 anni «Ci siamo politicizzate. Vogliamo conoscenza e potere. Vogliamo un futuro migliore per i nostri bambini. Ma per creare il cambiamento, bisogna cambiare. Dobbiamo uscire allo scoperto ed essere coraggiose. Dobbiamo unirci per la pace».

Liberate è l’emblema del “prima e dopo”. Prima del genocidio era un’agricoltrice. La sua vecchia vita era «semplice, normale». Oggi, è una qualificata assistente legale impiegata in casi di genocidio complessi, che includono omicidi, stupri e rapimenti. Lavora come volontaria, come gli altri 79 addestrati e appoggiati da Avega East, un’associazione di vedove ruandesi fondata dalle sopravvissute per i sopravvissuti. Come assistente legale, Liberate deve farsi valere in tribunale nel contesto di un sistema giudiziario comunitario chiamato “gacaca”, famigerato per essere pieno di pecche e a volte corrotto. Le corti gacaca sono state create dal governo del Ruanda nel 2001, per cercare di fare i conti con oltre 100.000 colpevoli di genocidio e allentare la tensione nelle già superaffollate prigioni del paese.

Le corti gacaca hanno dato in pasto molti sopravvissuti a un’arena legale di cui non sapevano nulla. Un passo avanti Liberate e il suo esercito di donne assistenti legali. Donne povere, che vivono in povere comunità e che danno consigli porta a porta ad amici e vicini. «E’ un bene essere coinvolte nel lavoro legale, specialmente a livello popolare», dice Liberate «molte donne ignorano i propri diritti ma se alcune di noi sono preparate, possiamo farli circolare. Penso che le donne siano coraggiose, condividiamo le nostre capacità e ci aiutiamo a vicenda – lo abbiamo fatto per anni!»

A incontrarla adesso, con la sua discreta determinazione e la battuta pronta, è difficile immaginare Liberate in alcun altro modo. Eppure per anni, dopo il genocidio, dice che la sua esistenza era “spezzata”. Descrive con vividezza di dettagli il momento in cui suo figlio fu picchiato a morte mentre lei lo cullava. «Sono rimasta accanto alla fossa dove avevano scaricato il suo corpo per ore, forse per giorni», ricorda.

Nel 2007 Liberate ha intrapreso un’azione legale per assicurare alla giustizia l’assassino di suo figlio, un capo villaggio. Insoddisfatta del verdetto, ha presentato ricorso in appello e ha vinto: la prima di molte vittorie legali. Cosa la fa andare avanti? «Non voglio solo sopravvivere, voglio vivere di nuovo e voglio che sia lo stesso per gli altri», spiega «Poiché ora siamo la maggioranza, le donne sono diventate i pilastri delle nostre comunità. Se costruisci comunità solide, puoi costruire un paese solido».

Nel Ruanda del dopo-genocidio, le donne sono intimamente coinvolte nell’esercizio del potere, nella politica e nel processo di pace. Prima del 1994, le donne occupavano circa una poltrona su cinque in Parlamento. Nel 2008, le donne parlamentari ruandesi hanno fatto la storia, diventando le prime nel mondo a superare per numero le controparti maschili del 56%. Circa metà sono state elette in seggi riservati alle donne, mentre il resto ha trionfato in elezioni aperte.

«Vedere le donne nel governo, prendere decisioni, rinnova le mie speranze», dice Liberate «Non siamo spezzate, non siamo sconfitte. Siamo più forti di prima».

Comments
2 Responses to “Reportage: Before and after – How genocide changed Rwanda’s women”
  1. There are also more than horrific articles and plenty of information about Armenian Genocide for which no one is punished yet.

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